Matteo, studente con sindrome di Down: 89/100 alla maturità
dal sito www.aipd-roma.it
La maturità di Matteo: congratulazioni! Ma restiamo cauti
Esce oggi (21-7-2010) in prima pagina sul Messaggero un articolo con foto sottotitolata così: Roma, è down il più bravo alla maturità: “Farò il biologo per aiutare quelli come me”, e poi all’interno del quotidiano una pagina “La maturità di Matteo, il down più bravo che c’è”.
Qual è il nostro commento?
Come già rapidamente segnalato nella finestra dell’articolo interno al giornale, apprezziamo e plaudiamo al risultato eccezionale di Matteo, ma restiamo cauti.
Quel risultato è frutto a nostro avviso di tante variabili positive accumulatesi nel corso degli anni. Come AIPD sezione di Roma conosciamo Matteo, la sua storia e la sua famiglia da moltissimi anni e abbiamo seguito tutto il suo percorso scolastico.
I fattori positivi sono stati: l’attenzione mai allentata della famiglia a cercare canali per far emergere potenzialità percepite in Matteo, ma da lui non espresse; l’affinamento nella sperimentazione dell’utilizzo della “comunicazione facilitata” all’interno dell’attività scolastica; l’approdo in una scuola superiore aperta e disponibile a spendere energie e sollecitare risorse per l’utilizzazione di tale metodo; e infine, ma soprattutto, la risposta progressivamente di conferma e di soddisfazione da parte di Matteo, cioè che si stava andando verso una strada a lui consona.
Su due aspetti ci vogliamo soffermare.
Il primo aspetto riguarda il fatto che, se Matteo ha ottenuto questi risultati, questo non significa che automaticamente li otterranno tutte le persone con sindrome di Down che dovessero utilizzare la “comunicazione facilitata”. Conosciamo anche altri ragazzi a cui è stata proposta ma che non hanno dato risultati significativi, o che addirittura si sono rifiutati e hanno smesso subito. In altre parole i risultati di Matteo dipendono anche dalle sue potenzialità personali, e non solo dal metodo che è stato uno strumento importante per farle emergere.
Il secondo punto riguarda il metodo in sé della “comunicazione facilitata” che non ha ancora un riconoscimento condiviso all’interno della comunità scientifica. E questo ci fa essere molto prudenti. L’aspetto più critico e più discusso è il fatto che il “facilitatore” tocca fisicamente la persona, per cui rimane il dubbio che in qualche modo possa influenzare le risposte del ragazzo “facilitato”.
Un altro aspetto concerne il fatto che comunque la comunicazione del “facilitato” possa avvenire solo per il tramite di persone che conoscono il metodo e sappiano essere “facilitatori”.
Insomma, il caso di Matteo da una parte ci rallegra molto e dall’altra ci stimola ad approfondire e studiare meglio tutto quello che la sua storia ha fatto emergere.
Paola Gherardini e Nicola Tagliani
Leggi qui l’articolo pubblicato sul Messaggero

