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Non ancora pubblicata sulla Serie Speciale della Gazzetta Ufficiale dedicata alle sentenze della suprema Corte, ma resa nota con un comunicato stampa dalla stessa Corte Costituzionale,  una sentenza ha riconosciuto che l’importo della pensione di invalidità civile (art. 12, comma 1, legge 118/1971, nel 2020 corrispondente a 286,81 euro mensili), riconosciuta agli invalidi civili al 100%, non è sufficiente a soddisfare i bisogni primari della vita, violando il diritto al mantenimento che, sancito dall’art. 38 della Costituzione, lo Stato deve garantire “agli inabili”.

La Corte ribadisce dunque che l’incremento dell’importo a quanto stabilito dall’art. 38 della legge n. 448 del 2011 (“incremento al milione”, in euro a 516,46), debba essere assicurato agli invalidi civili totali, senza attendere il raggiungimento del sessantesimo anno di età, attualmente previsto dalla legge. Da quanto si legge nel comunicato, il limite di reddito considerato per accedere all’incremento è quello previsto dallo stesso art. 38 della legge 448/2011 (6.713,98 €), dunque tale opportunità riguarderà esclusivamente coloro che hanno redditi pari o inferiori a questa cifra e non tutti i titolari di pensione di invalidità (per avere la quale, lo ricordiamo, il limite di reddito 2020 è €16.814,34); per le indicazioni su come tale sentenza avrà riscontri occorre, come sempre, attendere successivi pronunciamenti per es., da parte dell’INPS.

Per informazioni e chiarimenti il Telefono D è a disposizione alla mail telefonod@aipd.it

Riportiamo il testo del comunicato stampa:

INVALIDI CIVILI TOTALI: LA LEGGE NON ASSICURA “I MEZZI NECESSARI PER VIVERE”
285,66 euro mensili, previsti dalla legge per le persone totalmente inabili al lavoro per effetto di gravi disabilità, non sono sufficienti a soddisfare i bisogni primari della vita. È perciò violato il diritto al mantenimento che la Costituzione (articolo 38) garantisce agli inabili. Lo ha stabilito la Corte costituzionale nella camera di consiglio svoltasi ieri, 23 giugno 2020, esaminando una questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte d’appello di Torino.
In attesa del deposito della sentenza, previsto nelle prossime settimane, l’Ufficio stampa della Corte fa sapere quanto segue.
Il caso che ha dato origine alla presente decisione riguarda una persona affetta da tetraplegia spastica neonatale, incapace di svolgere i più elementari atti quotidiani della vita e di comunicare con l’esterno.
La Corte ha ritenuto che un assegno mensile di soli 285,66 euro sia manifestamente inadeguato a garantire a persone totalmente inabili al lavoro i “mezzi necessari per vivere” e perciò violi il diritto riconosciuto dall’articolo 38 della Costituzione, secondo cui “ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto di mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”.
È stato quindi affermato che il cosiddetto “incremento al milione” (pari a 516,46 euro) da tempo riconosciuto, per vari trattamenti pensionistici, dall’articolo 38 della legge n. 448 del 2011, debba essere assicurato agli invalidi civili totali, di cui parla l’articolo 12, primo comma, della legge 118 del 1971, senza attendere il raggiungimento del sessantesimo anno di età, attualmente previsto dalla legge. Conseguentemente, questo incremento dovrà d’ora in poi essere erogato a tutti gli invalidi civili totali che abbiano compiuto i 18 anni e che non godano, in particolare, di redditi su base annua pari o superiori a 6.713,98 euro.
La Corte ha stabilito che la propria pronuncia non avrà effetto retroattivo e dovrà applicarsi soltanto per il futuro, a partire dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza sulla Gazzetta Ufficiale.
Resta ferma la possibilità per il legislatore di rimodulare la disciplina delle misure assistenziali vigenti, purché idonee a garantire agli invalidi civili totali l’effettività dei diritti loro riconosciuti dalla Costituzione.

Roma, 24 giugno 2020
Palazzo della Consulta, Piazza del Quirinale